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Il passato torna sempre

Il Debito

Thriller di “coscienza” con una grande Helen Mirren


di Roberto Leggio


Non sempre la vendetta è un piatto servito freddo. Il tempo allontana il passato, anche se esso è indelebile e torna sempre. Lo sa bene Rachel che nel 1965 era una giovane agente del Mossad incaricata (assieme ad altri due colleghi) di catturare il criminale nazista Dieter Vogel, conosciuto da tutti come il chirurgo di Birkenau. La missione non va per il verso giusto e la ragazza è costretta ad uccidere il fuggitivo in un vicolo di Berlino Est. Tornati in patria i tre vengono osannati come eroi e per il resto della loro vita sono costretti a raccontare la loro impresa in scuole e conferenze, finendo perfino descritti in un libro. Ma qualcosa di quel passato non è tutto come è stato raccontato. Così trent'anni dopo Rachel dovrà ancora prendere in mano la situazione e fare pace con la propria coscienza, la propria famiglia ed il proprio paese.



Per chi pensa che l’idea sia originale, Il Debito è un remake a tutto tondo di un famoso film (dallo stesso titolo) israeliano, pluripremiato in patria e poco conosciuto nel mondo. L'idea però è piaciuta a John Mangold e al suo staff, così tanto che ne hanno pantografato un thriller d'altri tempi, ambientato in un mondo ormai scomparso: Berlino Est, con la Vopos e spie alla ricerca di criminali nazisti. Ma lo scopo non è quello di avere tra le mani un film di spionaggio, quanto quello di esaminare il senso di colpa e l'accettazione della stessa, mentendo a tutti pur di non “perdere la faccia”. C'è chi vive in una gloria fittizia, chi invece, tanti anni dopo, deciderà di farla finita, in quanto il passato è un pesante macigno da sopportare. Lontano mille miglia da Munich di Steven Spielberg (anche li si analizzava il senso di colpa di una vendetta israeliana), Il Debito è soprattutto un film di attori, dove il plauso va ad Helen Mirren (invecchiata più del dovuto) e a lei stessa giovane interpretata da Jessica Chastain. Il resto è un convenzionale thriller d'atmosfera, sospeso tra momenti di pura tensione (la scena della stazione) e di momenti di introspezione psicologica, a dire il vero un po' troppo tirata per le lunghe. John Mangold, a differenza dell'originale, preferisce raccontare la storia attraverso un lungo flashback e non incastrando il passato ed il presente, utile per implementare il “buio” della coscienza. In questo modo ci indirizza verso un finale caotico e frettoloso. Appiattendo definitivamente tutto l’interesse accumulato fino a quel punto.

Giudizio **



(Giovedì 15 Settembre 2011)


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