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Action spion-giovanilistico

Abduction

Quando la fusione di generi non funziona


di Roberto Leggio


Taylor Lautener è un belloccio che suo padre prende a pugni (per insegnarli a non calare mai la guardia), dopo una festa alcolica con due amici sul bordo di una piscina. Taylor è un fighetto un po’ secchione che ama la sua famiglia ed è innamorato (da sempre) della sua vicina di casa, che nel frattempo ha scelto un altro. L’occasione per mettere le cose in chiaro (e farle capire che il suo cuore palpita per lei) è una ricerca scolastica. Così smanettando su internet, scopre che qualcuno (scomparso tanto tempo fa) avrebbe oggi la sua faccia. Non fa in tempo a rivelarlo ai suoi genitori, che due loschi figuri irrompono armi alla mano e fanno fuori mamma e papà prima di morire anch’essi in una esplosione che in confronto quella di Capaci era un mortaretto. Il ragazzo (con lo scopo di capire la sua vera identità) e la ragazzina (che da quel momento farà con lui coppia fissa) si ritrovano a fuggire a piedi, in moto, in macchina, in treno), inseguiti da un kattivone serbo e da agenti della CIA, entrambi alla ricerca di un codice criptato dentro un cellulare, ereditato in un rifugio segreto. A fare da angelo custode (ma solo alla fine), il suo vero padre; cane sciolto dei servizi segreti, pronto a svelare giochi e doppi giochi.


A metà strada tra il film giovanilistico ed il thriller spionistico, Abduction è un pasticcio d’azione sentimentale, tanto caotico quanto prevedibile che fa leva sui muscoli (e le in-espressioni) di Taylor Lautner in vacanza dai ringhi lincantropeschi di Twilight. La fuga dei due ragazzi è destinata (fin dall’inizio) ad avere un lieto fine, in quanto non c’è mai una scena in cui i due protagonisti si trovino in reale pericolo. John Singelton che aveva iniziato la carriera col botto digerendo Boyz’n the hood, ha dimostrato ancora una volta di essere un regista discontinuo, non riuscendo a cucire assieme un’opera che non sa mai da che parte andare. Fiacco nelle scene d’azione (puntelli portanti della vicenda) ed in quelle sentimentali (comprese alcune frasi, come quella della lista di face book) il film si accartoccia in una trama bislacca e senza spessore, chiaramente girato per questioni alimentari. Ma la pecca maggiore è quella di aver usato Sigourney Weaver e Alfred Molina, come mentori occulti del ragazzo della doppia identità. Qualcuno l’ha paragonato ad un Jason Bourne per adolescenti. Con molta probabilità Robert Ludlum si starà rivoltando nella tomba.

Giudizio *



(Martedì 4 Ottobre 2011)


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