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Incontro con il direttore artistico di "Quartieri dell'arte"

Gian Maria Cervo

"Il nostro teatro non mette in difficoltà il potere"


di Oriana Maerini


L'incontro con Gian Maria Cervo fondatore e direttore artistico di Quartieri dell’arte (QdA) - la kermesse dedicata alla nuova drammaturgia, con partner esteri che in questa XV edizione sono lo Schauspielhaus di Vienna e la Sala Beckett di Barcellonache, e che si svolge fra Viterbo e Roma e coivolge anche Caprarola e Vetralla - ha il sapore dell'informalità di una chiaccherata dopo teatro dentro una trattoria casareccia sul lago di Vico. Nonostante la semplicità dei modi estremamente cordiali Cervo possiede un'imponenza culturale ed intellettuale fuori del comune, almeno nel panorama italico. E' drammaturgo, traduttore, direttore artistico e curatore. I suoi testi teatrali ("Penetrazioni" (1995), "Del mio globo distratto" (1998), "Nihil" (trilogia di atti unici brevi 1999-2002), "Fantomas a Roma" (2004), "Antigone-mdf-" (2005), "V" (2005), “Vi” (2006) "L'uomo più crudele" (2006), “Il ragazzo con l’albergo” (2007- da Goldoni), “Tra il naso e il cielo” (2009- da Pirandello), “Il tempo libero”, “Il tempo libero due o senza l’eleganza non esisterebbero marchette” e “Il tempo libero tre o l’anima è il corpo” ) sono stati rappresentati e proposti da alcuni dei maggiori teatri, festival e media italiani ed internazionali (tra questi citiamo il Kasino del Burgtheater di Vienna, il Piccolo Teatro di Milano, la Deutsches Schauspielhaus di Amburgo, il Festival Benevento Città Spettacolo, il Teatro Gobetti- Teatro Stabile di Torino- il Festival Sitges Teatre Internacional, Spagna, il GunaGu di Bratislava, lo Schauspiel Essen, il Warehouse Theatre, Londra, il Teatro di Tobolsk, (Russia). Cervo svolge anche un' intensa attività di traduttore (ha curato, tra l'altro, le versioni italiane di opere di Tony Kushner, Sarah Kane, Doug Wright, Enda Walsh, Peter Gill, Dennis Kelly, Neil Labute, Geoffrey Nauffts) ed è docente presso il corso di sceneggiatura del Centro Sperimentale di Cinematografia- Scuola Nazionale di Cinema Roma.
Lo abbiamo incontrato dopo aver visto, presso le Scuderie di Palazzo Farnese a Caprarola, Babyboom opera di Zuzana Ferenczova, una giovane autrice slovacca, proposta in forma di reading dal regista e compositore Franco Eco e “Autori Anonimi”. Il testo è un interessante confronto tra scrittura teatrale e scrittura cinematografica e televisiva che associa a un certo tradizionalismo valoriale un linguaggio da serie televisiva cool (nello stile di “Sex and the City” o di “Desperate Housewives”).


Com’è nata l’idea di questo festival?
Volevo creare una manifestazione dedicata al ruolo delle minoranze nella cultura. Di qui nasce il nome “Quartieri dell’arte” perché il quartiere può essere inteso anche come ghetto. Siamo partiti dando spazio al testo elisabettiano e alla sua riscrittura. Per questo abbiamo scelto opere spesso sconosciute o inedite come “Edoardo III” che abbiamo proposto a pochi mesi dall’inserimento dell’opera nel canone dell’artista. Inoltre vogliamo proporre tutto quello che si pone nel filone rivoluzionario. All’inizio degli anni '90, quando è iniziata la genesi del festival si poteva ancora fare una distinzione fra radicale e canonino. Oggi, purtroppo, non c’è più opposizione: tutto si inserisce ormai nel registro canonico.

Quali saranno le scelte future della kermesse?
La sfida è mettere in scena tradizionale e radicale. Far affiorare le innovazione e e lavorare sul "post media" ovvere creare per lo spettatore esperienze nuove di fruizione della forma artistica.

Può fare un esempio?
Si, un esempio di questo genere di comunicazione l’ho visto recentemente presso il museo Brandhorst di Monaco. Si tratta di un’istallazione video composta da sette schermi disposti in cerchio nello stesso locale dove vengono proiettate, in modo a volte simultaneo e a volte alternativo, le immagini di uno stesso film che lo spettatore può percepire da ancolazioni diverse e con diversi significati.

Gian Maria Cervo



Qual è il criterio di scelta degli spettacoli?
E' quello di non operare discriminazioni fra classico e sperimentale. Piuttosto la discriminante risiede nel livello tecnico degli autori. Scegliamo, infatti, testi teatrali di alto livello tecnico oppure cerchiamo di dare la voce ai giovani autori come nel caso di “Babyroom” testo che di una giovane autrice slovacca che ha vinto un importante riconoscimento ma che non era mai stato rappresentato a teatro.

Perché ha scelto la formula itinerante per i QdA?
Perchè è una formula vincente. Certo, sarebbe stato più comodo, per avere la certezza di un folto pubblico, rappresentare le opere in grandi centri e quindi concentrarci fra Viterbo e Roma ma abbiamo scelto di abbinare gli eventi ai luoghi. In questo modo la messa in scena si arricchisce di significato. La provincia di Viterbo è ricca di luoghi fantastichi dal punto di vista artistico come Palazzo Farnese di Caprarola e quindi non è stato difficile individuare le locations.

In un periodo di grandi tagli alla cultura quali sono le difficoltà per un festival come QdA?
Nonostante il nostro sia un festival storico e riconosciuto dalle istituzioni soffriamo la precarietà e l'incertezza del futuro. I finanziamenti sono, infatti, a scadenza biennale e ogni volta bisogna iniziare nuovamente l'iter burocratico.
Ne consegue che non si può fare una progettazione a lungo termine.

Cosa pensa della battaglia degli artisti che hanno occupato il teatro Valle?
Naturalemente appoggio la loro azione e sono solidale con la loro battaglia. Credo, però, che anche la loro lotta tradisca il difetto del sistema culturare italiano ovvero l'impulsività e l'intemperanza.
Molte persone che protestano per questa giusta causa si trovano nella condizione di avere una mancanza di consapevolezza riguardo alle reali richeste.
Non esiste in Italia un equilibrio culturale in grado di far capire fino in fondo le esigenze del sistema teatrale nel suo complesso.

Le hanno chiesto di scrivere un testo per uno spettacolo?
Si, sto pensando di proporre uno spettacolo per il Valle ma non posso ancora dire quale.

Può parlare de "Il Capolavoro Sconosciuto", lo spettacolo firmato da lei che concluderà la rassegna il 30 ottobre alla Centrale Montemartini di Roma?

E' un testo tratto da Honoré de Balzac. Mi sono divertito a riscrivere questo grande autore in un canovaccio che è quasi una parodia. E' un’esposizione elusiva che usa una tecnica elisabettiana di costruzione del personaggio (un personaggio centrale che grazie al connubio coscienza-esitazione trascende il testo che lo contiene) e racchiude elementi di performance artistica. Inoltre il regista Vito Mancusi mette insieme, in un suggestivo allestimento site-specific del testo , la sua capacità di ridefinire lo spazio scenico.

Ha mai pensato di scrivere per il cinema?
Si, con il mio amico Vincenzo Latronico stiamo sviluppano delle idee per il cinema. Abbiamo in mente due progetti: uno riguarda un dramma storico riproposto in chiave moderna, l'altro sarà un testo ambientato nel passato.

Lei lavora stabilmente in Germania. Perchè il genio italico è costretto ad emigrare all'estero per avere fortuna?
In Germania esiste un valore che viene dato all'informazione. Il sistema teatrale italiano è molto disorganizzato e, recentemente, si vedono spettacoli che, con immensa fatica riescono ad essere autenticamente proporzionali alla nostra epoca. In Germania esiste la figura dell'intellettuale che cerca i talenti e opera una sorta di spionaggio culturale. E'presa molto sul serio la complessità di struttura del processo creativo cosa che da noi non esiste.
Per un autore avere di fronte un drammaturgo è una cosa preziosa e qui da noi questa opportunità non c'è. In Italia non si vuole il surplus di informazione. Il teatro dipende dalla politica perchè non si vuole dare trasparenza. La mancanza di analisi del progesso creativo fa si che il teatro non sia in grado di mettere in discussione il potere politico.

Un momento di "Babyroom" di Franco Eco



(Mercoledì 26 Ottobre 2011)


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